HALF PAST FOUR
RABBIT IN THE VESTIBULE (2008)

CANADA
GENRE: PROG
LABEL: SELF PRODUCTION
WEBSITE: HALFPASTFOUR official
REVIEWED: 2010 JUNE 5TH
RATING: 85/100
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Il rock progressivo è da molto tempo alla ricerca di se stesso: taluni tentano la strada della sperimentazione con risultati talvolta confusionari e comunque con un seguito decisamente limitato, altri cocciutamente rinverdiscono con poca fantasia i fasti del passato, altri provano ad attualizzare ed a centrifugare lo spirito di una volta con le nuove tendenze e i nuovi suoni.
Non escludo, non esalto, né condanno a priori alcuna di queste strade, rimanendo fortemente convinto che ciò che conti veramente sia il mezzo con cui le percorri: avere, cioè,  gli ingredienti giusti e saperli esibire nel modo giusto è alla fine l’unica soluzione.
Gli Half Past Four, canadesi di Toronto, sono  una band indefinibile con un’unica parola o con un unico riferimento ma nello stesso tempo non sono né originali, né particolarmente sperimentali. La descrizione che loro stessi danno di sé non mi ha impressionato, né mi ha fatto correre ad acquistare il disco: King Crimson, Jethro Tull, Genesis, Frank Zappa …. dove sarebbe la novità ? La vera novità è che sono semplicemente bravi, convincenti e freschi.
“Rabbit In The Vestibile” è il loro primo disco ed è destinato a lasciare il segno. Prog sinfonico, jazz-rock e pop convivono nello stesso edificio senza bisogno di riunioni condominiali per risolvere le controversie, una virtù che si chiama divulgazione universale (o quasi) senza estremizzazioni ed esagerazioni di ognuna delle componenti.
Dopo una carburazione iniziale più spostata verso il prog sinfonico multiforme alla Echolyn ma anche estremamente melodico alla Magenta, è da  “Twelve Little Words” a seguire  che emerge prepotentemente la freschezza della loro proposta. Stupiscono ma senza strafare: trame complesse ma assolutamente lineari, infarcite di spunti jazzati, puntuali ed efficaci solismi di chitarra. La voce di  Kyree Vibrant, un po’ alla Kate Bush (ascoltare “Strangest Dream” per credere), fà la differenza insieme all’incredibile preparazione tecnica di tutti i musicisti ed all’ottima registrazione del disco.
Che dire poi delle incursioni pop-rock di “Dwayne”,  o del Grease in salsa jazz-rock di “Bamboo”, quasi dei divertissement che non infastidiscono proprio perché nel disco non esiste un binario stilistico univoco da seguire. Piuttosto diventano prevedibili e meno interessanti quando non riescono a stupire ed a divertire con classe, come in “Biel”.
Non vado oltre,  “Rabbit In The Vestibile” è un disco da consigliare a tutti, da ascoltare, da amare e da magnificare per lo spirito e la freschezza che trasmette.

Luca Alberici

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